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“Il venerdì senza programma è stato il nostro successo più grande”: Maria Martini racconta il lavoro con i ragazzi in Valdinievole

Maria Martini, responsabile della Cooperativa Selva, racconta come il progetto Futuro Presente ha raggiunto adolescenti con fragilità psichiatriche e sociali nella Val di Nievole: colloqui con le famiglie, pomeriggi autogestiti, un mercatino di fine anno. E qualcuno che non parlava, alla fine, era lì a fare festa con gli altri.

 

Un punto di partenza inaspettato

Selva non lavora da sola. Nella zona della Val di Nievole, il progetto Futuro Presente si sviluppa in stretta collaborazione con la Cooperativa Gemma, due realtà private che condividono educatori, idee e qualche preoccupazione. I lavori sono partiti a febbraio 2025, con un primo round di colloqui organizzati insieme a Benedetta Tesi presso l’UFSMIA, il centro di neuropsichiatria infantile della Val di Nievole coordinato dalla dottoressa Casarano.

Il target del progetto, nell’asse “Un bambino”, riguarda ragazzi tra i 14 e i 18 anni: segnalati dai servizi sociali per problemi economici o di dispersione scolastica, oppure in carico alla neuropsichiatria infantile. In concreto, questo ha significato lavorare con adolescenti con Sindrome di Asperger, disturbi alimentari, depressione, bipolarismo. Un’utenza delicata, che richiedeva un approccio costruito su misura.

Quindici famiglie, un mese di colloqui

Prima di partire con le attività, Maria e Benedetta hanno incontrato una per una le famiglie, circa quindici nell’arco di febbraio, insieme allo psichiatra di riferimento, il dottor Dirindelli. Ogni colloquio serviva a presentare il progetto, capire le disponibilità e raccogliere i contatti. La partecipazione era volontaria: tocca ai genitori e ai ragazzi decidere se aderire.

“Mi lasciavo il numero e aspettavo che fossero loro a richiamarmi”, spiega Maria. Un dettaglio apparentemente piccolo, ma che dice molto sull’impostazione del lavoro: nessuna pressione, nessun obbligo. Solo un’opportunità disponibile, da cogliere se si vuole.

Quando il programma spaventa

All’inizio, le attività erano già definite: la mattina, pet therapy per i ragazzi fuori dalla scuola; il martedì pomeriggio, stomp, un’attività musicale strutturata. L’idea era buona sulla carta. Sul campo ha funzionato poco.

“Con questo tipo di utenza, presentarsi con un programma già stabilito non funzionava. Li spaventava.” Maria e Benedetta hanno cambiato approccio a marzo 2025, introducendo tre opzioni, stomp, pet therapy e un venerdì pomeriggio completamente libero, lasciando che fossero i ragazzi a scegliere cosa fare.

Il venerdì senza programma era quello che Maria temeva di più. È diventato il cuore del progetto.

Il venerdì che ha cambiato tutto

Da metà 2025 in poi, il gruppo del venerdì è quello rimasto stabile, cresciuto, diventato autonomo. Sono i ragazzi stessi a organizzare le attività: un cerchio di lettura, laboratori in resina, karaoke, jazz dance, fumetto. Una ragazza che riesce ad esprimersi solo attraverso il disegno ha trovato nel fumetto il suo spazio. Un altro ha scoperto il karaoke.

Stomp e pet therapy, nel frattempo, si sono esauriti tra marzo e giugno senza lasciare una traccia duratura. “Non avevano catturato l’attenzione dei ragazzi”, dice Maria. La struttura imposta dall’esterno non reggeva. Quella costruita insieme, sì.

Con i prodotti dei laboratori, oggetti in resina e illustrazioni, i ragazzi hanno partecipato a un mercatino, vendendo su offerta libera. “È stata una delle cose più riuscite in assoluto.”

Pubblico e privato allo stesso tavolo

A marzo 2026 è arrivata una novità sperimentale: gli educatori di Selva e Gemma hanno cominciato a lavorare fianco a fianco con quelli dell’UFSMIA, l’ente pubblico. Non era scontato che funzionasse. Orari, logiche organizzative, culture professionali diverse.

Dopo diversi incontri di équipe, si è trovata una formula: il pranzo insieme. Gli educatori del pubblico andavano a prendere i ragazzi a scuola, e si andava tutti insieme, al sushi o al McDonald’s a seconda del giorno. Un gesto semplice, che ha abbattuto qualche muro.

“È stata una cosa un po’ rivoluzionaria, dal mio punto di vista. Due cooperative private che collaborano tra loro, e in più che si siedono allo stesso tavolo con il pubblico.” L’attività è andata avanti fino a fine giugno.

La festa di fine anno: un traguardo che non ci si aspettava

Uno dei momenti più significativi dell’anno educativo è arrivato quasi per caso. Alla scuola di Borgo a Buggisno era in programma la festa di fine anno della comunità educante, un’altra co-progettazione in cui Selva è coinvolta. I ragazzi di Futuro Presente, una quindicina, sono entrati a scuola, hanno trascorso la giornata insieme agli altri studenti, fatto i compiti, partecipato alla festa.

“Per alcuni di loro, che all’inizio del percorso passavano la giornata senza parlare, condividere una festa con persone che non conoscevano è stato un traguardo enorme. Non pensavamo nemmeno di arrivarci.”

Le criticità: tra volontà e burocrazia

Non tutto ha funzionato come sperato. L’ambizione iniziale era creare uno spazio aperto tutti i giorni, un punto di riferimento stabile per i ragazzi. Non ci si è riusciti. Lavorare con un ente pubblico significa adattarsi a tempi e logiche diverse: disponibilità degli educatori, fragilità dell’utenza, impossibilità di garantire una presenza quotidiana.

“Se guardi il cronoprogramma, non siamo arrivati dove dovevamo arrivare”, ammette Maria. Le attività svolte sono state inferiori alle previsioni, e se n’è discusso anche con il capofila in fase di rendicontazione. Non per mancanza di volontà, ma per i limiti strutturali di chi lavora al confine tra privato sociale e sistema pubblico.

L’obiettivo per l’anno in corso è più realistico: tre o quattro incontri a settimana, un punto di ascolto stabile dove i ragazzi possano andare quando ne hanno bisogno, non una psicoterapia, ma uno spazio per condividere qualcosa con un educatore.

Dopo il progetto: crowdfunding o servizio a pagamento

Futuro Presente ha una scadenza. I ragazzi lo sanno, e alcuni lo hanno già chiesto direttamente: cosa succede quando finiscono i soldi?

Selva e Gemma stanno ragionando su un piano B. Le ipotesi sul tavolo sono due: un crowdfunding, possibilmente costruito insieme ai ragazzi più grandi che hanno già fatto parte del progetto; oppure rendere alcune attività a pagamento per le famiglie, trasformandole in un servizio strutturato.

“L’unico modo per essere sostenibili è trovare un modo per pagare gli educatori”, dice Maria con franchezza. L’idea di un’app o di uno sportello permanente, uno strumento che dia continuità allo spazio di ascolto anche oltre il progetto, è ancora in fase embrionale, ma è lì, sul tavolo.

I colloqui per ripartire con le attività sono fissati per fine settembre. Da metà ottobre, si ricomincia con i ragazzi già presenti e con i nuovi inserimenti. Il venerdì senza programma probabilmente ci sarà ancora.

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